Motivazione del conferimento all’avv. Fulvio Croce della Medaglia d’oro al valor civile:

<<Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e Procuratori di Torino, si distingueva, nell’assolvimento dell’incarico, per il profondo impegno, l’appassionata dedizione e l’alto senso morale. In un momento particolarmente delicato per l’integrità delle istituzioni repubblicane, noncurante delle minacce di morte ricevute, procedeva egualmente, onde non rallentare il corso di un processo, alla nomina dei legali d’ufficio per gli appartenenti ad una pericolosa organizzazione eversiva, dimostrando grande coraggio e assoluta fiducia nella forza della legge. Cadeva vittima di un vile attentato, sacrificando la vita in difesa dello Stato democratico.
Torino, 28 aprile 1977.>>

5 dicembre 1977

 

Chi è stato Fulvio Croce

Chi era l’avvocato Fulvio Croce

Pronipote di Costantino Nigra, studia legge ed ha come maestri i noti civilisti torinesi Simondetti. Si laurea nel 1924. Allo scoppio della guerra si arruola negli Alpini. Fervente patriota di ispirazione liberale, è tra i capi della Resistenza e scampa per poco all’eccidio del Martinetto. A riconoscimento dei meriti partigiani gli viene attribuita la Medaglia d’Oro. Nel 1968, titolare di uno dei più noti studi legali della città, è eletto presidente dell’Ordine di Torino, dopo esserne stato consigliere e segretario. È confermato nella carica ininterrottamente per 9 anni, fino al momento del suo assassinio. Proprio in qualità di presidente dell’Ordine, assume la difesa d'ufficio dei brigatisti rossi al processo di Torino iniziato nel 1976, dopo che questi ultimi avevano ricusato i difensori di fiducia e d’ufficio nominati dal presidente della Corte d’Assise, mirando ad invalidare il processo. Medaglia d’Oro al valor civile alla memoria.

 

Il processo alle BR

Nel 1976 iniziò  a Torino il processo ad alcuni componenti delle Brigate Rosse tra i quali Prospero Gallinari, Alberto Franceschini, Renato Curcio e Paolo Maurizio Ferrari.

 

Durante il corso del processo accadde un episodio mai occorso in precedenza in Italia: tutti gli imputati detenuti revocarono il mandato ai loro difensori di fiducia e minacciarono di morte i legali che avessero accettato la nomina come difensori di ufficio.

 

Il 17 maggio 1976, data della prima udienza del processo, uno degli imputati, Maurizio Ferrari, a nome anche di tutti gli altri imputati detenuti, lesse un comunicato: "ci proclamiamo pubblicamente militanti dell'organizzazione comunista Brigate Rosse. E come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata presente e futura. Affermando questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Gli imputati non hanno niente da cui difendersi. Mentre al contrario gli accusatori hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell'infame regime che essi rappresentano. Se difensori, dunque, devono esservi, questi servono a voi egregie eccellenze. Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai nostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso fossero nominati d'ufficio, a rifiutare ogni collaborazione con il potere [...]".

 

A seguito della revoca dei difensori di fiducia, il Presidente della Corte d’Assise di Torino,Dott. Guido Barbaro, richiese al Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Torino di indicare un elenco di nominativi di difensori d'ufficio per la difesa degli imputati e procedette alle nomine. Gli imputati, però, dichiararono che non intendevano accettare la nomina di difensori d'ufficio e fecero presente che "qualora i difensori accettassero la nomina saranno ritenuti come collaborazionisti del regime, con le conseguenze che ne potranno derivare".

A seguito di quest'ultimo comunicato, i nuovi difensori d'ufficio nominati dalla Corte, in occasione della seconda udienza del 24 maggio 1976, rimisero a loro volta il mandato.

 

A questo punto, il presidente della Corte d'Assise, constatate le difficoltà di pervenire alla nomina di difensori, incaricò della difesa d'ufficio il Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Torino, l'avvocato Fulvio Croce. Il Codice di procedura penale dell'epoca, infatti, prevedeva all'art. 130 che, qualora non fosse possibile reperire un difensore d'ufficio, il Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati dovesse assumere questo incarico. Fulvio Croce, pur essendo un anziano avvocato civilista e pur essendo assolutamente consapevole dei gravissimi rischi a cui si esponeva, accettò l'incarico e scelse gli altri difensori tra i Consiglieri dell'Ordine con un provvedimento in cui spiegava che le ragioni delle delega erano da individuarsi nei possibili profili di incompatibilità nella difesa.

All'udienza del 25 maggio 1976 gli imputati riaffermarono il loro rifiuto della difesa leggendo un nuovo comunicato contenente minacce contro Fulvio Croce ed i legali da esso delegati:

"gli avvocati nominati dalla corte sono di fatto degli avvocati di regime. Essi non difendono noi, ma i giudici. In quanto parte organica ed attiva della contro-rivoluzione, ogni volta che prenderanno iniziative a nostro nome agiremo di conseguenza."

Nel corso dell'udienza come pure nel corso della quarta udienza del 26 maggio 1976, ogni volta che i legali d'ufficio presero la parola furono insultati e minacciati.

Nel corso dell'udienza del 7 giugno 1976 l’avvocato Grande Stevens, d'intesa con i colleghi consiglieri dell’Ordine  nominati difensori di ufficio, sollevò una eccezione preliminare di incostituzionalità dell'art. 130 del Codice di procedura penale, la norma che imponeva la obbligatorietà della difesa tecnica anche per l'imputato che la rifiutasse. Grande Stevens invocò la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali che attribuisce il diritto all'imputato di scegliersi un difensore o difendersi da solo (art.6, comma 3 lett. c). In tal caso l'avvocato poteva essere chiamato non come difensore, ma come amicus curiae perché, nell'interesse della collettività, si riducesse il margine di errori nel processo: chiamato cioè come garante di legalità. In breve, Grande Stevens tentò di dimostrare che quello alla difesa è un diritto ma non un obbligo. Tuttavia la Corte d'Assise, forse anche sotto la spinta emotiva dell'omicidio del Procuratore della Repubblica Francesco Coco, ritenne manifestamente infondata l'eccezione di incostituzionalità e così Fulvio Croce e tutti i consiglieri dell’Ordine nominati difensori di ufficio portarono avanti il loro munus sotto la minaccia di morte dei loro assistiti.

Processo 1981   Processo 1981   Processo 1981   Processo 1981

 

 

L’assassinio

L’avvocato Fulvio Croce fu atteso nell’androne dello stabile ove aveva sede il suo studio in Torino, Via Perrone il pomeriggio del 28.04.1977 da un commando composto da due uomini e una donna e fu ucciso con cinque colpi di pistola. 

 

Mentre la donna del gruppo di aggressori, Angela Vai, allontanava le due segretarie, Rocco Micaletto, appoggiato da Lorenzo Betassa con funzione di copertura, si diresse rapidamente verso l'avvocato, lo chiamò ‘Avvocato!” e subito dopo gli sparò cinque colpi che lo raggiunsero mortalmente alla testa e al torace. 

 

Subito dopo i brigatisti fuggirono su una 500 già in attesa con un quarto terrorista, Raffaele Fiore, alla guida.

 

 Prima di sparare, gli assassini lo chiamano: «Avvocato!» ed è questo il titolo del documentario realizzato in seguito dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino, dal Collega Alessandro Melano e dal regista Marino Bronzino.

 

 I cinque proiettili partirono dalla stessa arma di costruzione cecoslovacca che sette mesi dopo avrebbe ucciso il giornalista de "La Stampa" Carlo Casalegno. Fulvio Croce era l' avvocato della stessa organizzazione terroristica che lo aveva condannato a morte e, come rivendicato, giustiziato.   

         Questo il senso della dignità della professione forense e della sua funzione sociale, valori  oggetto dell’impegno solenne previsto dall’art. 8 della nostra legge professionale che  i giovani avvocati devono declamare per poter esercitare la professione.

 

L’omicidio fu rivendicato dalle “Brigate Rosse” con una telefonata al quotidiano “La Stampa” e all’Ansa. L’uccisione dell’avv. Croce determinò un ulteriore grave stato di tensione che portò al rinvio del processo “per impossibilità di costituire una giuria popolare”. Il processo sarà ripreso tempo dopo, ma prima e durante la sua celebrazione altre persone verranno uccise: dagli investigatori Antonio Esposito e Rosario Berardi, al vicedirettore de “La Stampa”, Carlo Casalegno. Poco più di un mese prima dell’omicidio dell’avv. Fulvio Croce, era stato ucciso anche il brigadiere Giuseppe Ciotta, un altro degli investigatori direttamente coinvolti nella istruttoria del processo.

 

La notizia dell’omicidio del presidente si sparse subito nel foro di Torino e a nessuno sfuggì il movente: di lì a cinque giorni, Croce avrebbe dovuto difendere in aula gli imputati del maxiprocesso ai “capi storici” delle Brigate Rosse. La rivendicazione dell’omicidio arriva il 3 maggio, per bocca del brigatista Maurizio Ferrari, il compagno «Mao» incaricato di leggere i proclami delle Br da dentro la gabbia nell’aula di Corte d’Assise. Non fa in tempo a finire la frase, che il foglio gli viene strappato di mano e sequestrato dalla polizia penitenziaria.

 

E il 3 maggio 1977, cinque giorni dopo la morte di Fulvio Croce, l’udienza si tenne, nonostante il foro torinese si fosse violentemente diviso dopo l’uccisione del suo presidente, con una parte che sosteneva che il processo non poteva essere celebrato perché tutti gli avvocati erano parti offese e i membri del Consiglio dell’Ordine si  dovevano rifiutare di assumere un incarico in difesa di coloro che avevano rivendicato l’assassinio del loro presidente.

 

Dal vecchio tribunale di via Corte d’Appello, il processo si spostò nella ex caserma Lamarmora, vicino alle carceri nuove, che diventò un quadrilatero in assetto da guerra nel centro della città.

 

 

Torino era ormai una città sfigurata dal terrorismo: ogni settimana una gambizzazione, un incendio in fabbrica, un arresto o un omicidio. E in questo clima quello stesso 3 maggio i sei giudici popolari nominati dichiarano a maggioranza la loro indisponibilità a prendere parte al processo: sul tavolo del presidente Barbaro si accumularono certificati medici, tutti che indicavano la stessa patologia, «sindrome depressiva». Il collegio giudicante, dunque, non potè costituirsi e venne disposto l’ennesimo rinvio, la subdola vittoria della strategia delle Brigate Rosse. Un attacco non solo al cuore dello Stato, come viene definito dal brigatista Franceschini nell’intervista contenuta nel film documentario “Avvocato!”, ma anche al cuore della giurisdizione.

 

 

Per arrivare a comporre l’intera giuria ci vollero ancora un anno e 40 estrazioni, fino a che tra i nomi non viene letto quello della segretaria radicale Adelaide Aglietta, che accettò l’incarico, e con lei altri 5 cittadini torinesi. All’udienza dell’ 8 marzo 1978, vennero nominati anche i nuovi avvocati d’ufficio, tra i quali si aggiunse volontariamente il nuovo presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati di Torino, Gian Vittorio Gabri.

 

Tra mille difficoltà il processo riprese, per terminare il 23 giugno del 1978 con la condanna 29 imputati, con pene tra i 10 e i 15 anni, e 15 assoluzioni.

 

All’ultima udienza, il presidente Gabri lesse il documento difensivo finale, firmato dai 19 difensori d’ufficio e, per la prima volta, senza alcuna interruzione da parte degli imputati. Ognuno degli avvocati, a mano a mano che veniva indicato, si alzava ed esponeva la sua toga al collegio. I difensori, nonostante le intimidazioni, erano rimasti al loro posto al fine di controllare il rispetto delle norme di rito ma non si posero sul piano della difesa di merito dei loro assistiti. Come aveva indicato Croce, il ruolo dell’avvocato fu quello di  garante  di un giusto processo e, anni più tardi, la Corte Costituzionale gli diede ragione, stabilendo che l’ordinamento garantisce il diritto di difesa ma non lo impone e il difensore deve presenziare, adeguandosi alla volontà dell’imputato.

 

Il 20 febbraio 1980, fu arrestato a Torino e condannato a tre ergastoli Rocco Micaletto. Era suo il grido «Avvocato!», in quel pomeriggio piovoso di tre anni prima in via Perrone, e suo anche il dito sul grilletto della Nagant. Il suo complice che faceva da palo, Lorenzo Betassa, morì pochi mesi dopo a Genova, in una sparatoria con la polizia. Angela Vai, la ragazza che doveva allontanare le segretarie, venne fermata nello stesso anno, processata e condannata all’ergastolo.

 

 

         Questa la drammatica storia del nostro ex Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino; anni bui della storia di Italia. Questo il messaggio del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino oggi: per non dimenticare.

 

 

 

 

 

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